IL PAGELLONE DI PAOLO FRANCI: **Da Picasso Diego alle** streghe di Eastwick

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10 a Diego – Un quadro di Picasso, oppure una Fuga di Brahms o, ancora,
quella canzone che portiamo nel cuore perché ci ricorda la prima cotta.
Emozioni insomma, patrimonio rarissimo di quei pochi predestinati designati dal
Signore, capaci di disegnare mondi che esistono solo se la matita è nelle loro
mani. Ecc, questo è Diego e ieri l’emozione, grande, è stata quella di vedere
mezzo Olimpico applaudire il reuccio brasiliano al momento della sostituzione.
Mai visto con uno juventino, eppure da queste parti sono passati Zidane,
Platini, Del Piero, Ibra. La partita, beh, un supplizio. Sembrava un muscoloso
barracuda in mezzo a un branco di succulenti cefaletti. Oddio, che ci fa uno di
Zelig in mezzo ai cefali? Ah no, scusate, è Cassetti.

8 a Julio Sergio – Prende il posto di Artur, che ormai pare uno di quei
bambolotti al quale una insopportabile mocciosa ha staccato le braccia. Si cala
tra i pali con coraggio, come l’esploratore nella caverna piena di ragni
giganti. Tiago prova a uccellarlo di testa, Amauri gli citofona tre volte eppoi
quei mischioni risolti senza paura. Certo, ogni volta che si tuffa è
un’esplosione di polvere, un po’ come quando si batte un tappeto dopo tanto
tempo, eppoi quella insopportabile puzza di naftalina. Ma che volete, è stato
chiuso dentro gli armadi di Trigoria per quattro anni ed è un miracolo che tra
le sue giunture non siano nate spontaneamente colonie di cozze e telline.

7 a Daniele De Rossi – Chissà se quel gol terrificante è più figlio della dote
divina o della frustrazione? Quale? Quella di giocare in una squadra che, ormai
è chiaro, ha imboccato la strada delle paludi senza avere uno straccio di mappa
tra le mani.A lui Spalletti chiede di guardare Diego, costruire, rattoppare qua
e là e provarci nei mischioni in area. Neanche la famosa pecora Dolly, quella
clonata e riclonata, riuscirebbe nell’impresa, figuriamoci il Nostro, che pure
è l’ultimo a mollare la bandiera sangue e oro.

6 a Usain Melo – Sì, Usain Melo. Un po’ come Bolt, ahinoi. Anche questo c’è
toccato vedere: uno che corre come se avesse un milione di euro spicci in tasca
che pare un velocista. Quando alla fine decide di spegnere l’ultima fiammella
trigoriana si lancia in uno scatto che manco avesse Asafa Powell al fianco.
Sembra velocissimo ma in realtà l’andatura è quella della vecchietta in mezzo
ai piccioni di piazza San Marco. Quest’ultimi c’è bisogno che vi dica chi sono
o fate da soli?

4 a Rodrigo Taddei – Sembra l’uomo che cadde sulla terra. Chi sono questi buffi
esserini con la maglia bianconera? E questi altri? Quelli con questa ridicola
veste gialla e rossa? Ci sarà un motivo se sono vestito come loro… In effetti
ci sarebbe ma non è che si veda tanto, a meno che l’obiettivo non sia quello di
vincere il campionato mondiale in assetto costante di passaggi sbagliati, tackle
perduti e palle perse.

3 a Francesco Totti – Colpito da una gravissima malattia: la tacchite acuta. Tenta
continuamente insopportabili e irritanti colpi ti tacco, uno dei quali lancia
addirittura Iaquinta verso un facile gol, evitato soltanto da un miracolo di
San Nicola Burdisso.  Sempre in ritardo,
fermo come un autobus con le quattro frecce, 
fa addirittura tenerezza quando Menez partito in contropiede fulminante
a destra, si deve fermare all’autogrill per aspettare che arrivi. Lo
stesso  francese gli serve il pallone che
uno come Totti sbaglia solo se è bendato, con le pinne e uno zaino pieno di
sassi sulla schiena. E invece eccola lì la manona di Buffon. So bene che adesso
mi insulterete, perché la sacra sindone numero 10 si ama e basta ma, diamine, in
questa caldissima città qualcuno dovrà pur dire che lui, il monumento, non la
sta strusciando mai? Che non è in condizione? Sennò se volete m’allineo a
quelli che fanno paginate e paginate sui meravigliosi gol segnati ai fabbri
belgi o ai ferrai slovacchi. A proposito? Perché contro il Kosice ha giocato
per 90 minuti e non s’è preso un po’ di riposo, visto che sulla sua presenza in
campo decide lui e non Spalletti? Per far riempire le paginate coi suoi gol,
ovvio.

2 a Marco Cassetti – L’immagine che ho davanti è quella del frollino del Mulino
Bianco nel latte. Questo m’ha ricordato il fragile piede di Cassetti, detto
anche passaggio a Nord Ovest un po’ per i cross un po’ perché sul suo valico
passa chiunque, anche bendato. Amauri, Diego, Iaquinta, De Ceglie s’azzuffano
prima e si mettono in fila poi per giocare dalla sua parte. Cirone Ferrara li
strilla un po’ come fa una mamma coi suoi mocciosi davanti a una coda del luna
park. Il Nostro non ne becca una ma si riscatta a fine partita con un autentico
pezzo di bravura, una rarità, un quasi miracolo: si fa saltare facile da
Poulsen. Gli scribi torinesi narrano che al biondone non riusciva un dribbling
dal lontano 1999.

0 a Luciano Spalletti – Qui siamo un po’ più seri, ancorché spaventati dal violento
abbrivio negativo della squadra. Si prendono tre fischi a partita, a
prescindere dall’avversaria e lui pare il primo a non credere nelle
potenzialità della squadra, mettendo in campo una formazione che pare abbia
scritto in fronte “dai, cerchiamo di non prenderle”. La sua Roma ha perso
sicurezza, spavalderia. E’ come una bottiglia di champagne aperta da due
giorni: non ha più bollicine. E non è un fatto di gambe, ma di testa. Guardate
Taddei, Perrotta, Pizarro, Cassetti, tanto per fare qualche nome? Possibile si
siano trasformati in questo modo? Maddai, neanche le streghe di Eastwick tutte
insieme. Invece di star sempre lì a fare battute polemiche sui “radar
arrampicati sui muri di Trigoria” cerchi la via d’uscita da questa crisi. Se
esiste.

Paolo Franci(Quotidiano Nazionale)LEGGI LE ALTRE RUBRICHE DI PAOLO FRANCI

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