IL PAGELLONE DI FRANCI –  Il giornalista del ‘Quotidiano Nazionale’, stila il ‘Pagellone‘ di Roma-Chievo:

10 a Totti

Felice come un fringuello sull’albero delle ciliegie, mostra quella maglia intrisa di romanesca ironia, pur presa in prestito dal grande Massimo Troisi. Buca due volte Sorrentino, la seconda pericolosa per la mano del nemico che palpeggia il pallone, e alla fine seppellisce nella storia l’errore con la Juve. Eppoi si fa aratro, ballerino, prestigiatore e muratore, regalando alle folle quantità e qualità, fino a quando Lucho gli concede la standing ovation. Una volta uscito, passa dallo spagnolo e si fa una bella pomiciata, a testimonianza di un amore travolgente che sfocia nell’erotismo calcistico più puro.

10 a Erik Lamela

“La vedi la palla? Dai guarda bene.. La vedi? E’ gialla e blu come la tua maglia, non è difficile. Guardala bene che tra un po’ non la vedi più”. Dovessi tramutare in labiale la giocata con la quale perculeggia Frey e si prende un sacrosanto rigore, la frase sarebbe più o meno questa. Lui è l’esempio di maleducazione calcistica, irriverenza pallonara, spocchia e cafonaggine in salsa dribbling. Neanche fosse Pier Ferdinando Casini, quando Lucho lo sposta a sinistra il giovinotto dà il meglio di sé, ringalluzzito dal duo a tutta corsa con Josè Angel, manco fosse una coppia d’ugola di X-Factor. Dicono studi da Fenomeno, secondo me è già in zona laurea.

10 a LuissErighe

L’abito scuro gli casca addosso come a un modello di Pitti uomo, sfoggiato con una vezzosa scarpa ginnica di gran moda tra il pischellame di Roma Capoccia. Quell’abito, è la metafora perfetta della sua Roma, che pian piano ha cucito su se stesso resistendo a malevole sforbiciate e sartine maligne. Ha sbattuto la capoccia al muro, s’è incarognito nella convinzione di poter trasformare il pescetto giallorosso in uno squalo e alla fine l’ha resa tosta e spettacolare, capace di indossare finissimo broccato o il cappello da muratore senza perdere appeal. La sentite questa voce, lontana e flebile? E’ quella dei suoi detrattori, finiti laggiù, laggiù, rossi in volto e paonazzi dalla rabbia senza più veleno a lubrificarne penna e favella. E alla fine, chi ironizzava sul credo asturiano, “trabajo y sudor”, storpiandolo in “traballo y dolor”, adesso sono come un mp3 scaricato male, muti.

8 a Bojan Cherchicce

Neanche fosse Obelix quando vede le legioni romane, il rude Cesar lo picchia, calpesta, morde, tormenta, schiacciandogli la coda in area per ben tre volte, tre rigori sacrosanti è chiaro, prima di indurre il Pippo Baudo con il fischietto, oh, le movenze sono le stesse, a indicare il dischetto. Lui, il topolino blaugrana, ha una tal voglia di scuotere la rete, che alla fine della partita è andato a Fiumicino per aiutare i pescatori a ripiegar tramagli e sciabiche. Non è fortunato quando prova l’impervia via del gol, trovando mani e gambe di Sorrentino o birilli gialloblu a strozzargli l’urlo in gola. Bene però, mi è piaciuto.

8 a Juan

Sarà pure vintage, come uno di quei flipper d’annata, nella Roma dei passerotti implumi, ma diamine com’è tirato a lucido. Ara le terre dell’Olimpico con sacerdotale dedizione, intinta nella sovrana sicurezza dell’antico capitano del Brasile. Strappa “oooh” di stupore ad ogni intervento rapace, che sia in scivolata o in tuffo per fare muro, manco fosse il Giani dell’Italvolley. E alla fine il falchetto Pellissier fa la figura del piccione che becca le mollichelle in piazza San Marco.

7 a Jose Angel

Pare una di quelle macchinine a molla che i bambini caricano strusciandole per terra e lanciandole verso il botto con il battiscopa. Spinge a testa bassa, dribblando, sterzando, buttandola dentro e provando anche un paio di tiracci (a proposito: qualcuno va a riprendere il pallone sul terrazzo della signora alla Camilluccia?). Così convinto e tagliente non si vedeva dalle Idi della stagione e fa bene Lucho a insistere, perchè il dardo c’è, ha i piedi intinti nel veleno e non può che crescere.

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