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IL PAGELLONE DI FRANCI – Il giornalista del “Quotidiano Nazionale”, stila il Pagellone di Roma-Udinese

10 a Osvaldo

Se Lucifero facesse l’allenatore, questo diavolo argentino sarebbe il suo giocatore prediletto. Non per il mefistofelico pizzetto, né per quel look a metà tra Mick Jagger e Marylin Manson. Semmai, per quella capacità di sprigionare fiamme con un’occhiata, un gesto, uno scatto, quasi che il tormento demoniaco fosse finito imbrigliato e soggiogato dall’indubbio talento e da una personalità, eh sì signori miei, che se fosse nebbia all’Olimpico non si vedrebbe un tubo. Eppoi sì, Dani, zittisci tutti noi con quel dito al naso e il rap fisso: “zittizittizittizitti!”, diabolico preludio al sabba finale, nel quale le streghe s’impossessano degli angioletti friulani e dal rogo viene fuori quella palletta che manda in orbita capitan Totti.

9 a Francesco Totti

Se quello qui sopra è un demonio, questo qui è un indemoniato, un povero martire posseduto dal talento e condannato a dispensare assist, fare gol, giocate e chissà cos’altro per l’eternità. Senza però vagare per il campo ma, anzi, costruendo una ragnatela di movimenti mai casuale né fine a se stessa. Certo non capita spesso di incrociare un indemoniato, se non nei film sul genere, figuriamoci un indemoniato che per prima cosa quando ti vede ti dice “Aho’!”. E non può essere che lui, in una serata così, a riportare la Roma sul tabellone del Risiko, magari con pochi carrarmatini, ma diamine, pur sempre in corsa. Certo è Dani Osvaldo a costruire la piramide, ma è lui a metterci la punta con quel piattone vincente che scatena il carnevale dell’Olimpico tra tricchetracche e trullallà.

9 a Marquinho

Lo ricordate il Mago G dei biscotti Galbusera? Quel tizio vestito da pagliaccio giallo e rosso che vagava con un carrello della spesa in un supermercato? I più giovani forse no, perché qui siamo negli spot degli anni ’80, ma certo è che il Nostro a quel simpatico buffone era stato paragonato. Senza conoscerlo. Senza averlo mai visto. Leggera vis polemica, lo so, ma non resisto essendo stato subito un reo confesso.  Nel senso: a chi mi chiedeva, appena comprato, com’è Marquinho, con grande onestà rispondevo di averlo visto solo su youtube, dove anche il mio vicino di casa può sembrare Leo Messi, se il taglio dei filmati è quello giusto e la colonna sonora azzeccata. Ieri sto mancino è andato a tutta rumba e anche un po’ merengue, con quel sinistro che pare sghembo e invece è robetta fina, fina. Visto che m’è presa fissa col demonio, Carrie lo sguardo di Satana, esorcismi e via così mi chiedo: Non è che ha venduto l’anima al diavolo per trasformarsi in Roberto Pruzzo tutte le volte che entra in area? No perché sennò non si spiegano quelle meravigliose capocciate. Rientro in tema dopo la divagazione: giocatore vero, punto e basta, sto Marquinho. Altro che youtube.

8 a Bojan

Se si lamentano ingiustizie nella Roma dei sette colli che sale, scende, picchia la faccia a terra e poi imperiosa si erge (aho, chi sei? Omero? Direbbe il capitano..), questa avvolge il fringuelletto spagnolo che, sì, meriterebbe una modifica nel calcio tale da consentire una squadra con 12 uomini. Svelto di gamba e di testa, il ragazzo, mette ancora una volta il sigillo d’oro alla sua partita, trovando la testa del Crouch de noantri, tal Marquinho scapocciator cortese. Di lui mi piace la totale dedizione alla squadra, quella voglia di scrollarsi di dosso il blaugrana, che pure ama tanto, per ricolorare il blu in giallo e diventare finalmente un pezzo grosso della folle Roma di Luis Enrique. Ci riuscirà? Sì, non ho dubbio alcuno, ormai.

7 a Erik Lamela

Che volete farci, oggi mi sento un po’ Zorro, difensore dei deboli e degli oppressi. E, sì, anche dei depressi. Lo è un po’ il principino argentino, dopo lo show mancato di ieri. Però chiariamo subito: non è che se non salta quattro uomini, fa due piroette, una capriola e un carpiato con la palla incollata al piede, dobbiamo infilarlo nella zona grigia della partita. Anzi, vi dirò, a me è piaciuta l’umiltà con la quale ha corso e rincorso e fatto (o provato a fare) il lavoro sporco. Quello che era mancato in infauste trasferte che manco voglio nominare. Normale si facciano paralleli con Menez, perché il cristallo del talento è il medesimo ed entrambi hanno parenti tra gli dei del pallone ma, diamine, questo è e resta un pischello che “ha da cresce” come si dice a Roma. E solo Roma, tra mille difetti, slanci, esagerazioni, ha e deve avere la pazienza di lasciarlo sbocciare in santa pace.

 

Paolo Franci
Quotidiano Nazionale

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