David Pizarro ha atteso in silenzio il suo turno, dopo che il “magic moment” di Aquilani sembrava averlo tagliato fuori dall’undici titolare. Il cileno ha continuato a lavorare, con il suo carattere schivo e introverso, ma anche con tanta tenacia e la voglia di far parlare il campo. Il “pek”, insomma, è andato avanti per la sua strada. Una strada fatta di giocate di assoluto livello, di continuità (815 minuti giocati e nove presenze da titolare in campionato, 309 minuti e tre volte dall’inizio in Champions) e di delizie per i palati fini. E’ lui il direttore d’orchestra di questa Roma champagne.
 
Una vita da playmaker. La concezione moderna del calcio è un pentolone di neologismi, spesso presi in prestito da altre discipline. Playmaker: letteralmente, produttore di gioco. Nel basket è colui che riceve la rimessa, porta palla ed imposta. Pizarro a questo aggiunge un particolare non da poco: il pallone non lo perde. Nei suoi piedi sembra come in una cassaforte. Terzo nella classifica assoluta dei passaggi utili (779, davanti a lui soltanto De Rossi e Pirlo), secondo in quella degli assist (cinque, al pari di Vucinic, dietro Lavezzi). Quella con De Rossi sembra una coppia di mediani costruita ad arte. Nonostante le leve tutt’altro che lunghe, Pizarro si fa rispettare, anche nei contrasti, quando c’è da mettere la gamba, anche di fronte a colossi di venti centimetri più alti. Spalletti lo sa e, dal giorno dell’infortunio di Aquilani, non si è più privato di lui.
 
 
Questione di scelte. Se con il rientro di Totti, il tecnico metterà alla prova la convivenza in campo del capitano e di Vucinic, con quello di Aquilani, Spalletti si troverà davanti ad un’altra scelta, nella quale nessuno vorrebbe trovarsi. Pizarro, De Rossi e lo stesso Aquilani: tre uomini (e che uomini) per due maglie. A meno che non si punti, come successo a Genova con discreti risultati, sul talento di Valparaiso spostato sulla linea dei trequartisti. In fondo, ad Udine, sempre con Spalletti in panchina, il cileno era il principale rifornimento per le punte. Come dire: visto che Mancini è ancora lontano dalla forma migliore, un posto dietro Totti potrebbe liberarsi.
 
 
Pochi (gol) ma buoni. Due acuti nella stagione di David. E un denominatore comune: la deviazione di un difensore a mettere fuori causa il portiere avversario. Il primo sigillo lo ha messo a segno contro il Napoli, per il momentaneo 4-3 di una gara pazza. D’altri tempi. Il secondo, invece, è stato decisivo nel match di Champions a Lisbona e, dunque, anche in ottica qualificazione. Nonostante il modulo di Spalletti, insomma, non preveda repentini inserimenti dei due mediani, il pek ci prova spesso dalla lunga distanza. I risultati sono apprezzabili, ma l’obiettivo del cileno è migliorare quel 2 alla voce “gol segnati”.

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