AS ROMA, INTERVISTA AD ANZALONE – Attraverso il proprio sito ufficiale, l’A.S.Roma ha pubblicato una lunga intervista a Gaetano Azalone, ex presidente del club giallorosso per tutti gli anni ’70. Ecco l’intervista integrale:

A una settimana dalla cerimonia dell’Olimpico, abbiamo incontrato l’ex Presidente giallorosso (1971-79) che ha il vanto di avere avuto nel suo periodo alla guida del club ben cinque degli undici eletti della HOF romanista. Partendo dalla nuova iniziativa della società Anzalone ci parla del calcio di ieri e di oggi, da Amadei a Totti

«Non mi posso considerare un presidente fortunato, ma sono contento che sia stato riconosciuto il valore di alcuni dei miei ragazzi, entrati in una formazione ideale di tutti i tempi». Roma Nord, è da quelle parti la residenza di Gaetano Anzalone, 82 anni lo scorso 5 ottobre, ex numero uno del club dal ‘71 al ‘79, oggi imprenditore edile. La sua Roma non vinse nulla, a volte fu pure impelagata nelle zone “calde” della classifica, ma nella top undici della Hall of Fame giallorossa sono stati eletti ben cinque dei suoi calciatori: Tancredi, Rocca, Di Bartolomei, Conti, Pruzzo. Una maggioranza che restituisce dignità al suo operato. Non è a conoscenza dell’iniziativa della Società, ma sul suo tavolo c’è una copia del Messaggero. «Leggo l’articolo sul giornale, così le posso dire di più. Avevo dato una scorsa ad alcune notizie, ma ancora non ero arrivato allo sport». Scorre le pagine e arriva al punto. «Ah, eccola, la Hall of Fame», dice scandendo le parole.

Tancredi in porta.
«Franco lo presi dal Rimini per una cifra intorno ai sessanta milioni di lire. Il Milan un paio d’anni prima me lo sfilò, ma poi riuscii a ingaggiarlo nel ‘77 e diventò uno dei più forti nel suo ruolo. Con lui doveva arrivare anche Renato Curi, un bel centrocampista, che poi scomparse tragicamente durante una partita con il Perugia».

Difesa: Cafu, Losi, Aldair, Rocca.
«Cafu e Aldair non sono roba mia. A Losi fui costretto a dire che non rientrava più nei piani. Non ebbe nessuno il coraggio di farlo, toccò a me. Non ero nemmeno il presidente, allora, ma il vice di Marchini. Fu una decisione di Herrera, a mio avviso sbagliata, ma dovemmo approvarla. Regalammo così a Giacomo il cartellino, per dargli la possibilità di andare altrove senza troppi problemi, ma tanto grande fu la sua delusione e il suo amore per la Roma, che decise di smetterla là. Rocca era fortissimo, uno dei migliori in assoluto. Era romanista vero, lo sentiva dentro, e una persona seria, semplice, come non ce ne sono. Uno dei pochi amici che mi sono rimasti nel calcio. Si infortunò al ginocchio e quando venne operato il medico mi venne incontro e mi disse: “C’è la cartilagine di mezzo, non c’è niente da fare. Francesco non potrà più tornare a giocare”. Ebbe ragione, purtroppo».

E chi era il medico di allora?
«Non avevamo un medico sociale, ma un vero e proprio staff. Fummo i primi ad avere questa intuizione, di avvalerci di sei o sette professionisti. Il responsabile del settore si chiamava Caruso e in lui avevo grande fiducia. Il caso di Rocca fu una mazzata tremenda per tutti noi, non avevo mai visto uno con quel talento e quella velocità su un campo di calcio. Smise a soli 26 anni, pensate quanto sarebbe potuto diventare forte nel tempo».

A centrocampo Di Bartolomei, Falçao e Bernardini.
«Falçao lo prese Viola e fu un acquisto determinante. Bernardini non si discute, ma appartiene a un’altra epoca. Di Agostino ricordo quando mi invitarono a vederlo da ragazzo che giocava negli allievi. Si vedeva che era di un’altra pasta, ma aveva anche un carattere molto particolare».

Attacco con Conti, Pruzzo e Amadei.
«Amadei lo vidi che ero un bambino. Bruno esplose nella sua esperienza a Genova. Giagnoni, purtroppo, non lo vedeva e gli preferiva altri. Roberto lo presi pagandolo abbastanza. Lo volevano tutti quell’estate, riuscimmo a portarlo noi. La Juventus, addirittura, mi offrì un sacco di soldi, ma io non glielo diedi. Facevo il mercato per rinforzare la Roma, non per rinforzare gli altri».

Avrebbe inserito qualcun altro nella sua squadra ideale?
«Peccenini, il terzino, mi piaceva molto. Lui giocava a destra e Rocca a sinistra. Destino simile a quello di Francesco, anche lui ebbe problemi fisici che lo frenarono. Vede quando dico che non sono stato molto fortunato come presidente… Questo è uno dei motivi».

Spieghi meglio.
«Rocca e Peccenini finirono così. Presi un altro ragazzo, poco più che ventenne, dal grande avvenire: Spadoni, giocava in attacco. Anche lui, durante una gara con l’Inter, pregiudicò la carriera per un intervento duro di un avversario. Quando ti vengono a mancare tutti questi calciatori, così giovani e bravi, diventa difficile…».

Questo il suo unico rammarico?
«No, sono sicuro che se Evangelisti prima di me non avesse fatto quella pazzia, vendendo Capello, Landini e Spinosi alla Juventus in un colpo solo, mi sarei ritrovato una rosa competitiva. E, magari, avrei avuto qualche titolo in più».

Eppure nel ‘75 la sua Roma arrivò terza.
«Fu un buon campionato con Prati e gli altri. L’anno dopo cercai rinforzi non per vincere lo scudetto, ma almeno per confermare quanto di buono fatto la stagione precedente. Arrivò Boni che comprai per ottocento milioni, una bella cifra. Ma la squadra andò male, lì cominciai a capire che qualcosa nel pallone non andava e che non tutti i personaggi erano trasparenti. Feci le mie indagini e scoprì quello che si sarebbe scoperto anni dopo da altri».

Allude al calcioscommesse degli anni Ottanta?
«Esatto. Morini e Pellegrini successivamente sarebbero stati coinvolti nel caso. Quando li mandai via all’inizio fui criticato, poi qualcuno capì».

Peccato che questo scandalo resti sempre molto attuale.
«L’ambiente è quello che è, difficile, molto difficile. E poi, i calciatori non sono tutti così intelligenti. Solo di pochi mi porto dietro un bel ricordo».

Di chi?
«Quelli che ho già citato, Rocca, Peccenini, gente vera, ma mi piace ricordare un aneddoto legato a Spadoni: una volta gli regalai un libro di uno scrittore sudamericano. Io ci misi qualche mese a finirlo, lui ci riuscì in una ventina di giorni. Probabilmente lui aveva più tempo degli altri, visto il grave infortunio che subì, altri non lo avrebbero nemmeno aperto».

Moggi, uno degli uomini più controversi del calcio italiano, lavorò per lei. Non nutrì mai sospetti su di lui?
«No, affatto. Con me era un ottimo talent scout. Pruzzo è suo, per esempio. Ma fu lungimirante anche con Spadoni: nessuno aveva intuito la sua classe».

Ad un certo punto della sua gestione, all’ingaggio di trentenni sul viale del tramonto, preferì puntare sulla linea verde, su calciatori del vivaio giallorosso.
«I campioni è bene crescerli in casa. Perché spendere soldi per elementi in là con gli anni che giocano mezza partita? A trentaquattro, trentacinque anni chi può fare la differenza?».

Pochi. Giusto Totti.
«Ma Francesco è un caso a parte, è senza dubbio uno dei più grandi sempre».

Tornando alla sua Roma?
«Quando decisi di valorizzare i giovani, avevo Rocca, Peccenini, Conti, Di Bartolomei e li lanciai. Alcuni di loro diventarono poi campioni d’Italia nell’83. Non fu certo una scelta sbagliata».

Un’altra sua intuizione, il centro sportivo di Trigoria.
«Un mio orgoglio. Lo inaugurai nella stagione ’79-’80. Venne edificato su un terreno di proprietà di un altro ex presidente, Marini Dettina. L’investimento allora fu di due miliardi di lire, pensate quanto può valere oggi».

Se dovesse scegliere una maglia ideale per la squadra della Hall of Fame?
«A me piaceva quella bianca della Pouchain con le righe orizzontali giallorosse».

La maglia Pouchain, la prima con il lupetto stilizzato di Gratton al posto della lupa capitolina, che sarebbe poi tornata sulle maglie giallorosse grazie a Franco Sensi nel ‘97.
«Bisognava dare ossigeno alle casse societarie, non particolarmente floride. Con quell’iniziativa di merchandising qualcosa riuscimmo a guadagnare. Allo stadio aprimmo pure dei Roma Shop, negozi con i nostri colori e in più una segnaletica con il lupetto. Lì vendevamo tanti articoli, fummo i primi in Italia».

Fu anche il primo a portare la Roma in tournée in America.
«Era il 1976, concludemmo il campionato con qualche delusione. Ma non era questo il punto. La stagione finì in anticipo per dare spazio agli Europei. Allora decisi di portare la squadra nel mese di giugno negli Stati Uniti per farla conoscere anche lontano dalla Capitale. Niente a che vedere con il tour organizzato recentemente dai nuovi proprietari del club, studiato nei minimi dettagli. I mezzi per noi erano limitati, in più nemmeno ci pagarono l’intera quota di partecipazione che ci spettava».

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