«Il nostro cuore è rosa di passione»

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IL MESSAGGERO (R. AVVANTAGGIATO) – Betty Bavagnoli, lei è la prima allenatrice nella storia del calcio femminile dell’AS Roma. Una bella soddisfazione dopo vent’anni di carriera, tra campo e panchina, trascorsi in un’era pionieristica per il calcio rosa in Italia?
«Indubbiamente. E’ un privilegio e un onore che non mi aspettavo di ricevere. Ma non ho faticato un attimo a dire sì».
È un traguardo o un punto di partenza?
«Tutti e due. Traguardo perché dopo aver dato tanto al calcio femminile, oggi forse ne ricevo qualcosa. Punto di partenza perché è da qui che deve nascere il nuovo volto del calcio femminile».
Che dopo le ultime conquiste sembra più uguale a quello maschile.
«Sì, per certi aspetti è così. Aver coinvolto i club professionistici è stata una svolta epocale. Una vera inversione a U».
E può bastare questo per abbattere barriere e pregiudizi?
«Ovviamente no. Soprattutto se si continuerà a guardare il calcio femminile con gli occhi del calcio maschile. E’ lo sbaglio più grande».
Perché?
«Per il fatto che il calcio femminile è ancora giovane, rispetto a quello maschile. Basta pensare al fatto che una bambina è entrata in una scuola calcio per la prima volta soltanto vent’anni fa. E il gap temporale, purtroppo, pesa in termini di esperienza e crescita».
Ma lo spogliatoio, in fondo, è sempre quello…
«No, non è così. I ragazzi lo vivono soprattutto come un momento di passaggio prima di andare in campo; le ragazze, invece, ci portano dentro emozioni e sensazioni».
Alla Roma com’è lo spogliatoio?
«Fantastico. Ho con me ragazze straordinarie, che si allenano e si applicano come neppure gli uomini hanno voglia di fare. E apprendono con rapidità».
Siete una squadra giovane, che ruolo potrete avere in campionato?
«Inutile negare che Juventus, Fiorentina e Milan sono le squadre che lotteranno per il titolo. Noi e le altre faremo il resto. Ma per capire realmente dove potremo arrivare dovrò aspettare ancora un paio di mesi, dopo aver conosciuto a fondo pregi e difetti nostri e delle nostre avversarie».
Domani giocherete a Verona, una piazza che lei conosce bene, avendoci vinto uno scudetto.
«Sì, sarà una partita difficile contro una squadra tosta. Hanno cambiato la rosa, ma l’ossatura è rimasta quella ormai consolidata».
Poi, al Tre Fontane arriverà la Juventus…
«Una grande partita, nella quale ci servirà l’aiuto dei tifosi. Ma sono sicura che domenica prossima, alle 12,30 il nostro stadio sarà pieno».
La sua amica Carolina Morace, che allena il Milan, la incontrerà invece il 1 dicembre.
«Sarà un bel momento. Con lei ho vissuto la maggior parte della mia carriera, sia quando giocavamo che quando abbiamo iniziato ad allenare».
Insieme avete guidato i maschi a Perugia e la nazionale femminile in Canada. Pensava, un giorno, di ritrovarsela avversaria?
«No, assolutamente. E ancora oggi, quando ne parliamo ne rimaniamo sorprese. Ma poi pensiamo che ne abbiamo fatta di strada…».
Già, è così che lei e la Morace siete diventate parte importante della storia del calcio femminile in Italia.
«Bè, Carolina lo è sicuramente. È stata una campionessa e una professionista. È stata la prima a dirmi di accettare la proposta della Roma. Ma ci sono state anche altre calciatrici che hanno dato tanto a questa disciplina».
Appunto. Una di queste è lei…
«Guardi, io sono semplicemente una combattente, che ha fatto del calcio femminile un motivo di vita. È stata dura, lo confesso, ma oggi sto coronando un sogno».
Che è quello di vedere affermato il calcio rosa?
«Siamo sulla strada giusta, ora sta a noi meritare tutto questo. Non bastano i cambi pratici per crescere. Ci vuole anche un salto di qualità nella mentalità».
Come quello che ha avuto la vostra Nazionale azzurra?
«Quelli dell’Italia rosa sono successi che vanno cavalcati. Sono certa che faremo un grande mondiale e la gente ci guarderà con grande interesse».
Anche acquisire lo status di professioniste può aiutare?
«Ci arriveremo, credo che sia inevitabile. Ma bisogna fare i passi giusti. Non dev’essere solo una questione economica, ma un modello di comportamenti».
Un modello come quello giallorosso?
«Sì, qui è tutto speciale. Non ci manca niente e tutto questo va ripagato. Ecco perché, in questi primi mesi, sto cercando di far capire alle ragazze che anche il calcio femminile, per diventare grande, ha bisogno di sacrifici e rinunce».
Per meritarsi anche presentazione show come quella di Trinità dei Monti.
«Una cosa fantastica. Che ha emozionato tutte. Io, essendo nata a Piacenza, non conoscevo passione e cuore legati al calcio. Ora, stando qua ho capito cosa significano».

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