IL PAGELLONE DI FRANCI. 10 al liscio di Vidal e a Luis Enrique, tutto sangue e arena.

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IL PAGELLONE DI FRANCI – Il giornalista del ‘Quotidiano Nazionale’, stila il ‘Pagellone’ di Roma-Juventus:

10 a Luis Enrique
Pareva il vanesio generale Custer, più intento a cotonarsi i riccioli d’oro che a a guardarsi dagli indiani e, sì, pronto a consegnare lo scalpo a chi lo scalpo se l’è rifatto a suon di euro. Alzi una mano chi non l’aveva visto sotto forma di Manzotin, ben affettata dalle bianconere lame. E invece accade che la sua squadra di ballerini di flamenco si trasforma in una rude accozzaglia di barbari, capaci di colpir d’ascia e mazza come mai prima. Passavano i minuti e lo sgranar d’occhi dell’Olimpico pareva un’ode al collirio, ma senza camomilla. Semmai con il nuovo infuso asturiano, tutto sangue e arena, è apparsa una nuova Roma, così gagliarda che nel secondo tempo la Juve è sembrata il campo di papaveri quando soffia la tramontana. E qui mi fermo perchè illustri poeti potrebbero rivoltarsi nella tomba.

10 a Vidal
Lascio ad altri il gioco di parole sul bagnoschiuma, anche se il sapone ce l’aveva sotto ai piedi, l’indio juventino. Quel meraviglioso liscio sullo stracchinetto di ‘Dagnele’ è degno delle migliori interpretazioni cinematografiche, quelle dell’ubriaco che vede tre sedie pur essendocene una sola, posando le terga nell’aria e finendo con le chiappe sul pavimento. Solo che lui al massimo aveva bevuto del Gatorade e, a meno che non ve ne sia uno al gusto lambrusco, quel fantastico fendente ammazza mosche difficilmente trova spiegazione. Oppure, quel liscio è figlio di diottrie malefiche _ è cecato insomma _ e allora magari un oculista farebbe comodo. In attesa di svelare il mistero nella prossima puntata di Voyager, brindiamo: cin cin Vidal.

10 a Dagnele De Rossi
La prima volta che ho visto Diego Abatantuono cimentarsi in un ruolo drammatico ho pensato: questi so matti. E invece. La prima volta che ho visto Dagnele sulla linea di color che son sospesi, i difensori di Luisserighe, mi sono innamorato. Calcisticamente s’intende. A questo punto non so se nel codice di giustizia sportiva esista un comma o un cavillo che condanni un calciatore a restare in difesa. Nel caso, gli avvocati della Roma studino un modo per costringerlo ai domiciliari, là dove quelli come Matri, Quagliarella, Pepe, Estigarribia, hanno fatto la figura dei barattoli nel gioco delle tre palle a un soldo. Se organizzo una raccolta di firme per lasciargli la maglia che fu degli sbiaditi Juan e Kjaer, vi faccio un fischio.

9 a Heinze
Si ritrova De Rossi al fianco e lui reagisce felice neanche gli avessero dato il numero di Naomi Campbell. In una partita mette in scena l’enciclopedia degli animali: picchia come un gorilla, salta come uno stambecco, corre come un’impala e s’avvinghia al povero Matri come un anaconda. Il suo battito animale è esaltato dalla presenza di “Dagnele” dicevamo, e disfare questa coppia in vista di Napoli sarebbe come tornare indietro nel tempo e dire Ginger Rogers e Fred Astaire di ballare da soli per tutta la lunga, luminosa carriera.

8 a Francesco Totti
Sgambetta come un ragazzotto al quale hanno regalato un pallone nuovo nuovo. Entra in campo e si sbaciucchia con l’amicone di sempre, Gigi Buffon, fregiato come lui del titolo mondiale e antico compagno d’arme nella gloriosa campagna germanica. Non sa che, al rintocco assassino di monsignor Orsato, l’amico lo tradirà senza pietà. Lui sceglie il missile, quel mascalzone dell’amico glielo disinnesca con un tuffo alla Cagnotto. La faccia poco dopo è tutto un programma e pare anche di scorgere tal Valerio Staffelli correre lesto per il campo con tapiro al seguito. Però resta tutto quello che ha fatto prima e dopo, roba normale per uno come lui, roba alla Totti.

8 a Taddei
Lo filo poco, di solito. Forse per la banalità delle dichiarazioni: “Se misti’ mi disci di giugare terzinu, io giogu terzinu, se mi disci di giugare porciere io giogu porciere” e via così, ruolo per ruolo. La banalità del suo verbo fa però grancassa con la straordinaria duttilità del suo calcio, ora elastico, ora robusta corda, fino al teso cavo d’acciao. Intreccia mestiere difensivo e offensivo come una di quelle vecchine che costruiscono cesti per la frutta, con la differenza che l’entusiasmo è quello di un pischello a Disneyland, facendo dannare il povero Conte, fino a fargli ingrifare il posticcio ciuffo: “Ma quanti sono sti Taddei? Quattro?”, si chiede l’Antonio zebrato. No, è uno solo, ma su quella fascia, davvero, a un certo punto, il fragore è quello del derby di trotto.

Paolo Franci
(Quotidiano Nazionale)


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