LA STORIA DI MOURINHO – Tutt’altro che un allenatore normale. Amato e odiato, invidiato e stra-citato, Josè Mourinho è un personaggio calcistico unico ed inimitabile. La storia di quest’uomo mai domo, dal grande temperamento caratteriale e vincente come pochi nell’epoca del calcio moderno, inizia nel lontano 1988, a poco più di 25 anni, quando l’illuminazione impensabile di diventare subito allenatore lo coglie in pieno come sul naso un cazzotto: già assistente del padre al Rio Ave e poi al Belenenses, il giovanissimo Mourinho è un visibilissimo perno in quanto ha l’ostico compito di studiare le squadre avversarie con energia critica, parallelalmente all’indottrinamento dei giovani calciatori nelle varie scuole in cui per 5 anni insegnerà educazione fisica. La sua carriera, comunque, prende il volo l’anno seguente, precisamente all’Estrella Amadora, dove il neo allenatore della Roma assiste prima il tecnico Joao Alves e poi Jesualdo Ferreira, conquistando meritatamente una Coppa di Portogallo.

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La storia di Mourinho: l’incontro con Robson

Ma è l’incontro con Bobby Robson, nel 1992, a dare un tono più serio e strategico alla sua evoluzione professionale, spezzando cioè questa relativa fase di stallo, in quanto il mister inglese lo vuole al suo fianco prima al Porto e poi al Benfica, con la mansione di preparatore tattico nonchè guida dei portieri.
Passano 4 anni e sempre Robson, al Barcellona, lo chiama oggi come ieri ancora come suo vice: Mourinho non si contraddice e lo segue così anche in Catalogna, vincendo 3 trofei e venendo confermato pure nell’estate del 1998 quando sulla panchina blaugrana arriva Van Gaal. Olandese e portoghese, vicini sullo stesso binario ed entrambi di palati fini, vinceranno con uno scatto in pista Liga, Coppa di Spagna e Supercoppa Europea: un’epopea.
Josè adesso è agonisticamente formato, pronto per diventare un condottiero solitario, in quanto abile e arruolato: via dal coro per la carriera solista, via dalla Penisola Iberica amicona per tornare dritto dritto in patria, e precisamente a Lisbona.

Fenomeno portoghese

Nel 2000, infatti, arriva la prima vera esperienza da allenatore, al Benfica, che però purtroppo non fila: il cambio di proprietà con annesse situazioni economiche disastrate lo costringerà, suo malgrado, a lasciare la panchina dopo solo 9 giornate, mostrando un soldato dal temperamento forte che mai indosserebbe sandali e saio.
Due anni dopo, a gennaio, è chiamato in sostituzione di Machado in un Porto mezzo morto e col fiato corto: Josè risponde ovviamente presente e ci resterà per 3 stagioni, avendo Villas Boas come assistente e puntando, a larghe intese, sulla vecchia guardia portoghese, ovvero Vitor Baia, Carvalho, Deco, Costinha e H. Postiga, tutti grandi campioni. Mourinho fa di quel Porto una super macchina da guerra, vincendo 2 campionati, 1 Champions, 1 Coppa Uefa e una Supercoppa Nazionale, portandolo quindi in cielo quand’era quasi soprofondato sottoterra; in questi anni, da ricordare, c’è il ferreo divieto al suo portiere Vitor Baia di scambiare, a fine partita, la maglia con un avversario dello Sporting Lisbona, dando a squadra, tifosi e stampa l’idea chiara che quel gesto nobile fosse invece un’eresia.

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Chelsea atto I

Poi, inevitabilmente, come chi si distingue perchè magari parla 5 lingue, arriva il grande salto in carriera: nel 2004 Mourinho abbraccia la Premier Inglese, ingaggiato dal Chelsea di Roman Abramhovic desideroso di iniziare subito una nuova era senza troppe pretese. Anche qui Josè non (si) farà mancare miracoli oltre ai soliti grandi spettacoli, come quando litigò con Fraank Rijkaard in un Chelsea-Barcellona d’altri tempi o come quando, molto fashion, appellò Wenger non ‘mon amour’ bensì ‘voyeur’.

La storia di Mourinho: il dominio in Italia

La parentesi italiana, poi, è straordinariamente ricca di eventi oltre che ovviamente di coppe alzate, compreso il triplete del 2009 che fece dell’Inter argentina una delle più forti corazzate. Restano nella memoria dei tifosi anche meno gloriosi il suo “non sono un pirla” alla prima conferenza morattiana, la “prostituzione intellettuale” con cui si riferì senza mezzi termini alla stampa nostrana, la feroce litigata col giornalista Ramazzotti che per pochissimo non finì a cazzotti, la “culla d’oro” in cui la presidentessa Sensi avrebbe dormito senza degnare la storia nerazzurra di alcun decoro, il gesto spavaldo delle manette in seguito a quel pareggio a reti bianchi contro la Sampdoria che gli ispirò sdegno e pena e, infine, di male in peggio, l’arci famoso “zeru tituli” riferito a quella che oggi è la squadra che allena.
Un fiume in piena sotto tutti i punti di vista, compresa la gloria e la fuga nel garage interista dopo la vittoria.

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Real Mourinho

Ma, obiettivamente, è forse a Madrid, sponda Real, che il portoghese trova il suo Sacro Graal, andando ad allenare per 3 stagioni uno dei club più forti del pianeta e nel quale metterà in bachceca una Liga, una Coppa del Re che mancava da 18 anni e una Supercoppa. In questo periodo madrileno sono tanti gli episodi degni di menzione, come quando ad esempio, durante la Champions 2011/2012, ordinò senza freno a Xabi Alonso e Ramos di farsi espellere nel finale contro l’Ajax per saltare apposta l’ultima ininfluente partita del girone, e approdare così agli ottavi indenni e in ottima condizione. E ancora, sempre nel 2011, l’incredibile accoltellamento mancato a La Coruna da un tifoso dalla mente sconnessa mentre Josè firmava autografi, incurante di tutto visto che il colpo fu sventato dalla sua guardia del corpo personale con tanto di lieve ferita annessa. Infine, per non farsi mancare il colpo finale, il famoso dito nell’occhio a Tito Vilanova, vice di Guardiola, nell’altrettanto epica rissa al termine di una Supercoppa di Spagna dall’esito piuttosto movimentato.

Chelsea atto II

Nel giugno del 2013, a sopresa, il ritorno in Inghilterra, al Chelsea, che sarà però molto tortuoso se non proprio difficoltoso nonostante la vittoria del campionato: risultati altalenanti e musi tristi non solo degli attaccanti fecero seguito allo storico ammutinamento della squadra nel 2015 relegata al sedicesimo posto, che portò inevitabilmente alla rescissione consensuale del contratto precedentemente firmato. Da sottolineare l’addio al club londinese col colpo di scena magistrale della fuga nel portabagagli, mandando cioè un membro dello staff incappucciato a distrarre i giornalisti mentre lui, alla Roberto Cotechino centravanti di sfondamento, riusciva a fuggire dal centro sportivo in modo definitivo e con andamento tutt’altro che lento.

Dal Manchester alla Roma

Ma Mourinho è sempre Mourinho, e se il Manchester United chiama lui risponde: e ne ha ben donde.
L’anno di riferimento è il 2016, il mese Maggio, e di nuovo il portoghese e l’olandese incrociano i loro destini a corto raggio, anche se stavolta non c’è affiancamento ma la sotituzione con Van Gaal. L’allievo supera il maestro si potrebbe dire, in quanto vince subito la Coppa di Lega e l’Europa League, superando l’Ajax per due a zero. Ma non è tutto oro quello che brilla per davvero, e infatti nel dicembre del 2018, in seguito a risultati a dir poco umilianti e ad un rapoporto tesissimo coi giocatori più importanti, decide di mettere fine a questa avventura diventata ormai un fardello (con Pogba infatti fu vero duello, declassato da vice capitano per le sue dichiarazoni infelici creando una ferita che pare non abbia avuto mai alcuna sutura).
Ultima tappa il Tottenham, nel 2019, anche qui a sorpresa, visto cher quand’era al Chelsea, nel 2015, disse che mai si sarebbe seduto su quella panchina. Mourinho sostituisce Pochettino e cerca di ridare vigore ad una squadra che gioca malino ed è addirittura quattordicesima in classifica, ma tra alti e bassi non riesce a lasciare il segno, accusato inoltre dalla stampa di una gestione sciagurata di Bale, apatico e sempre fuori condizione. Adesso Mourinho è nel suo nuovo regno, all’ombra del Cupolone, nuovo comandante di una Roma che deve smetterla di farsi del male pagando sempre pegno.
Serve un’inversione vitale, e, quindi, un allenatore tutt’altro che normale.

Matteo Martini

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