Nel giorno dei record,**viene da mangiarsi le mani

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Da mangiarsi le mani. Nella domenica della festa per il secondo posto matematicamente raggiunto, per il record di punti e vittorie in Serie A, i rimpianti aumentano, e come. L’ Inter perde il derby, dando l’ennesima dimostrazione di evidente vulnerabilità. Siamo a -3, quasi non ci si crede che per colpa di quei maledetti punti persi con il Livorno (ma non solo) ci si debba accontentare della piazza d’ onore. Ad una sola lunghezza di distanza, staremmo qui a sperare in un pareggio dell’ Inter a Parma, in un nuovo 5 maggio. Invece serviranno due miracoli, affidandosi prima di tutto al Siena di Galloppa e Kharja. Il regalo di fermare la Juve ce lo hanno fatto. Chiedere ai toscani di mettere i bastoni tra le ruote anche all’ Inter sarebbe troppo. Ma per sette giorni ancora, per noi inguaribili sognatori, l’imperativo è crederci. Anche se le parole di Spalletti (“Lo scudetto andrà all’Inter al 99,5%”), sono verità assoluta.
 
A Marassi, sono andate in scena due partite: guardando il risultato finale, penseremmo ad una Roma capace di dominare la Samp per gli interi novanta minuti. Così non è stato, ed ecco il grande merito dei giallorossi. Reggere l’urto dei blucerchiati, per poi punirli nel momento in cui le gambe di Cassano e compagni hanno finito la benzina. Nella “prima partita”, quella terminata con il gol di Christian Panucci, Doni è stato il migliore in campo. Alla faccia delle critiche e alla faccia di tutti quelli che (anche nel prepartita Sky…) sono stati pronti a gettare la croce addosso al brasiliano. La Sampdoria ha spinto costantemente sull’acceleratore, la Roma ha rischiato ancora il tracollo.
 
Ma Spalletti e i suoi ci hanno abituato a non piegarsi mai, davanti all’ ostacolo. E il secondo gol in altrettante partite a Genova del savonese Panucci ha aperto la strada ai dieci minuti di inferno giallorosso. Contro il Torino erano stati quattordici, e quattro le perle. Dopo Panucci, ancora Pizarro, che domenica scorsa aveva interrotto un’astinenza che durava da ottobre. Il Pek ha messo a segno il secondo gol consecutivo. Non accadeva dal settembre 2006, le partite erano quelle contro Shakhtar Donetsk e Siena. Ha chiuso Cicinho, sempre più leader della corsia di destra e un altro di quelli che alle critiche e ai dubbi sul suo effettivo valore, ha preferito rispondere con i fatti.
 
In pochi avrebbero pensato, prima del fischio d’inizio di Saccani, di chiudere il discorso secondo posto e riaprire, seppur in parte, quello per il primo. Invece, oltre al tris calato in dieci minuti, la stagione della Roma è entrata nella storia. Perchè in un colpo solo sono stati battuti due record: quello di punti (settantotto), con cui gli uomini di Spalletti hanno cancellato quello dello scudetto del 2001 e dello scorso anno, e quello di vittorie (ventitre). Non solo: da ieri, la Roma è il miglior attacco della Serie A. Sessantanove reti all’attivo, contro le sessantotto della Juve. Numeri che confermano un dato incontrovertibile: la stagione della Roma è stata esaltante. Indipendentemente da come andrà a finire.
 
Un secondo posto che garantisce linfa vitale, in termini di ferie per i giocatori, che si ritroveranno a Trigoria a metà luglio, piuttosto che con due settimane di anticipo sulla tabella, ma anche in termini di introiti. Ma prima di pensare al futuro e a programmarlo, c’è ancora tempo. Giovedì torna la Coppa Italia, ci si gioca una finale. A Catania, la Roma troverà un ambiente infuocato, una squadra che darà la vita per vincere e una tifoseria che non dimentica il 7-0 del novembre 2006. Servirà la Roma migliore, come servirà raschiare il fondo del barile per racimolare quelle forze che a questo punto della stagione non ci sono più. Ora si va avanti con l’entusiasmo. Bene così: di quello, la Roma ne ha ancora da vendere.
                                                                                                       Marco Calabresi

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