Schwoch a RN: “Fondamentale il gruppo. Dzeko un top, peccato i troppi errori”

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ROMANEWS WEB RADIO SCHWOCH – Intervenuto in esclusiva ai microfoni della Web Radio di Romanews.eu nel corso della puntata odierna di ‘Non Rassegniamoci’, l’ex calciatore Stefan Schwoch ha ripercorso le tappe della sua carriera, esprimendosi anche sul momento attuale della Roma e di Edin Dzeko. Ecco le parole del bomber che vanta 688 presenze e 260 reti suddivise in piazze come Livorno, Venezia, Napoli, Torino e Vicenza:

DZEKO – Se il bosniaco riuscisse a realizzare la metà delle occasioni che ogni partita crea farebbe oltre 30 reti a campionato. Si muove benissimo in area ma purtroppo ha una media errore alta. Il giudizio resta positivo assolutamente, a fine anno la sua importanza la senti. Errori? Io cercavo di pensare prima di calciare, quando la palla arriva è ormai tardi. Non so il perché della sua imprecisione, magari la sua stazza ne limita la precisione di esecuzione in alcuni frangenti, ma bisogna anche capirne l’importanza, bisogna avere consapevolezza di quello che un attaccante ti può garantire: sono pochi quelli che superano i 20 gol messi a segno ogni anno. La Roma poi dovrebbe essere una società che ogni stagione se la gioca fino alla fine, ma se si parte dall’ipotesi di una cessione di Dzeko c’è qualcosa che va rivista.

ROMA E TOTTI – Il Capitano era l’emblema del giocatore che pensa prima, viveva un minuto nel futuro rispetto a tutti gli altri. A chiunque sarebbe piaciuto giocare al suo fianco, in una carriera sarebbe voluto dire fare almeno una quarantina di gol in più per un attaccante. Al suo addio ho pianto anche io che non sono romano ne romanista, ma è stato il più forte giocatore che in Italia abbiamo potuto vantare. Roma è l’unica città, oltre Napoli, che se prendi un taxi trovi la radio su frequenze di un’emittente sportiva. La città dà tanto, chi si trasferisce in questo contesto deve saperlo, come deve essere consapevole che se le cose vanno male l’ambiente è in grado di affossarti in un battito di ciglia. Ma è il bello di una piazza che vive di calcio ogni momento dell’anno, è quello che paga i nostri stipendi e che riempie le nostre giornate.

IL GRUPPO – Il gruppo che si crea in ogni squadra è fondamentale, dove ho vinto ho sempre avuto una bellissima atmosfera, non mi è mai capitato di raggiungere risultati con compagni che pensavano per sé stessi. Parlo di campo, non c’è bisogno di uscire a cena insieme tutte le sere, ma quando si entra sul terreno di gioco le cose cambiano. E questo fattore si genera molto in ritiro, quando vivi assieme per 24 ore. Poi i risultati aiutano, se le cose vanno bene è più facile, ma se non vanno bene ci vuole che ci siano dei leader forti che riescano a cementare i rapporti. Qualcuno a volte prova a farlo, magari avendone l’età, ma non tutti ne sono capaci ed avere in rosa almeno due o tre giocatori così è decisivo. Il ritiro è il periodo più duro di un giocatore, si fa fatica e si entra in certi meccanismi, ma è quello che paga di più se fatto in un certo modo.

IL PASSATO – Mi porto dentro il sapere di essere stato un privilegiato, di aver fatto quello che desideravo fare da bambino. Il mio sogno è sempre stato quello di giocare a calcio. Avevo sempre il pallone in braccio fin da bambino. La fortuna mi ha permesso di coronare questo sogno e ricordo il bello delle città che ho vissuto, di tanti compagni conosciuti, di persone che la pensano diversamente da te. Un insieme di cose che ci vorrebbe molto a raccontare. I ricordi più belli sono legati alla città dove si è vinto, io ho vinto 4 campionati, ma anche all’inizio della carriera a Pavia si andava sempre a mangiare nella stessa pizzeria e ho stretto amicizie fraterne. Ricordo perfettamente Ravanna, dove ho vinto il primo campionato, Venezia dove ho vinto la Serie B in una città davvero particolare anche per l’ambiente che ti circonda. Napoli poi è stato l’apice della mia carriera, giocare lì davanti a 70mila persone, festeggiare la promozione in A, fa davvero un certo effetto. A Torino ho avuto la fortuna di giocare, ma è stato un anno particolare, prima di Vicenza. Ho sempre avuto a disposizione compagni all’altezza, nessuno nel calcio fa nulla da solo. Io non mi sono mai tirato dietro negli allenamenti e poi ci sono delle doti innate che ti porti dentro. Uno dei miei segreti è stata l’integrità fisica, ho sempre potuto mantenere certi ritmi, alimentati anche dalla fame di vincere e segnare. Pretendevo molto dai compagni, per questo volevo sempre dare l’esempio. Ho sempre voluto cercare di far bene per permettere alla mia famiglia e ai miei figli di stare meglio, di avere un futuro. E fare bene il mio lavoro significava sapere a fine gara di aver dato tutto in settimana fino alla domenica, senza aver cercato scorciatoie.

IL TORINO – Lì avevamo costruito una Ferrari, ma ci siamo ritrovati nel mezzo di una contestazione continua e non lo vivi bene, io non ho mai trovato un compagno che andava in campo per non vincere, c’era sempre la voglia di dare tutto, ma questo non veniva percepito. I tifosi credono che i nostri stipendi influenzino le nostre prestazioni, ma in campo io non ho mai pensato ai soldi. Lì a Torino ogni giorno nei primi mesi la tifoseria ci voleva parlare chiedendo spiegazioni, si era arrivati ad un punto in cui non si sapeva più che dire. Con l’arrivo di Camolese la situazione si è stabilizzata fino alla vittoria del campionato.

GLI ALLENATORI – Non ricordo nessun allenatore nel male, ma incontri a volte mister meno preparati: qualcuno resta a volte legato ad idee calcistiche ormai superate, il mondo va avanti e capita che alcuni protagonisti non riescano ad aggiornarsi sui progressi compiuti anche dal calcio. Ho avuto un rapporto particolare con Novellino, anche al di fuori del rapporto calciatore-tecnico. Mi sarebbe piaciuto rimanere nel mondo del calcio, ma mi sono appassionato anche ad altro per fortuna.

LOGHI – MARTINI

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