Antonioli: “Vi racconto i protagonisti del terzo scudetto”

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NOTIZIE AS ROMA – L’ex portiere della Roma, Francesco Antonioli, racconta tramite as.roma.com i protagonisti del terzo scudetto giallorosso vinto nel 2001.

ALDAIR – “Un grande giocatore, ma soprattutto una grande persona. Uno dei difensori migliori mai passati nel nostro campionato, a livello di mostri sacri come Paolo Maldini e Franco Baresi. Nell’anno dello scudetto non giocò da titolare, vista l’età che cominciava ad avanzare, ma ci aiutò in modo incredibile dentro e fuori dal campo con il carisma e l’esperienza. Probabilmente, il centrale più forte brasiliano di sempre. Tanta roba”.

SAMUEL – “Tecnicamente non era un fenomeno, preferiva calciare con il solo piede sinistro, ma sull’uomo era un vero e proprio martello. Non mollava mai un centimetro a nessuno. Era argentino non solo sulla carta d’identità, ma nell’animo. Non a caso i tifosi lo chiamavano “Il muro”. Arrivò a Roma proprio nella stagione dello scudetto, 2000-2001, a soli 22 anni, ma dimostrò sin dai primi giorni la tranquillità di un veterano”.

ZAGO – “Difensore fortissimo, attitudini simili di Aldair. Magari meno forte tecnicamente, ma con una qualità fondamentale: usciva dalla difesa palla al piede a testa alta, creando superiorità numerica a centrocampo. Quell’azione di Antonio Carlos fu uno dei segreti vincenti della stagione tricolore”.

ZEBINA – “Difensore veloce, fisicamente potente, a volte troppo esuberante. L’istinto era senza dubbio una delle sue qualità, però in alcune occasioni eccedeva. Come Samuel, pure lui arrivò alla Roma a 22 anni nell’anno dello scudetto, ma l’argentino era calciatore di una caratura superiore”.

CAFU’ – “Una sola parola: micidiale. Il soprannome “pendolino” era quanto di più azzeccato e adatto pensando alle sue caratteristiche tecniche. Esterno di fascia destra che andava sempre avanti e indietro per novanta minuti, fornendo uno straordinario contributo alla fase offensiva. In campo si trattava di un fuoriclasse indiscusso, ma ancora meglio era fuori dal rettangolo verde. Un uomo sempre positivo, con il sorriso, però nello spogliatoio si faceva sentire quando serviva”.

CANDELA – “Un altro esterno con qualità incredibili. Tecnicamente fenomenale, aveva i piedi di un numero dieci, ma anche fisicamente era un atleta fuori dal comune. Faceva avanti e indietro sulla corsia sinistra per tutta la partita e il livello della sua prestazione non scemava mai. Avere lui e Cafu sulle fasce rappresentò un valore aggiunto straordinario, che nessuna delle nostre concorrenti poteva vantare”.

CRISTIANO ZANETTI – “Un tipo di poche parole, non è mai stato un chiacchierone dentro lo spogliatoio, ma in campo dava tanta sostanza e si faceva sentire. Fu determinante soprattutto nella prima parte di quel campionato in coppia con Tommasi. Lui e Damiano non fecero sentire l’assenza di Emerson, anzi. Formarono un centrocampo di tanta qualità e quantità”.

TOMMASI – “Gran lavoratore del calcio e una persona straordinaria nella vita di tutti i giorni. Nell’anno dello scudetto disputò un campionato stratosferico, stava in tutte le zone del campo, in ogni momento. Prendeva colpi e ripartiva senza soluzione di continuità. In ogni caso, Damiano è stato un calciatore fondamentale in tutti gli anni a Roma, non solo nel 2001. Non era eccelso tecnicamente, è vero, ma avercene di elementi così generosi”.

EMERSON – “Giocatore totale di centrocampo, tanta roba pure lui. Piedi, fisico, grinta, personalità: non gli mancava nulla. Entrò in scena nella seconda metà di stagione dopo l’infortunio al legamento crociato e il suo apporto fu determinante. Segnò tre gol (contro Bologna, Vicenza e Fiorentina), ma non solo quello. Fece fare il salto di qualità a tutta la squadra nel momento cruciale del campionato”.

NAKATA – “Hidetoshi era uno stakanovista. Giapponese di passaporto, ma europeo nel modo di concepire calcio. La sua forza fu quella di farsi trovare pronto. Non era titolare per Capello, però quando entrava in campo riusciva a fare la differenza. Dimostrazione lampante fu la partita di Torino al Delle Alpi contro la Juventus. Subentrò nella ripresa e contribuì al 2-2 finale contro i bianconeri, un risultato determinante nella corsa al titolo. Segnò un gol straordinario sotto l’incrocio dei pali e un altro lo fece fare a Montella”.

DELVECCHIO – “Attaccante atipico: oltre ai gol, lavorava tantissimo per la squadra. In quel campionato non segnò tantissimo (3 reti), però la sua azione risultò fondamentale per gli equilibri di squadra. Non a caso, Capello non rinunciava mai alla quantità di Marco. Nemmeno con Montella in panchina che scalpitava e che segnava sempre. Una cosa che mi ha sempre divertito è la finta a rientrare: la faceva sempre, gli avversari lo sapevano, ma non riuscivano comunque a fermarlo. Alessandro Nesta, in questo senso, ne sa qualcosa”.

BATISTUTA – “La potenza fatta persona, uno dei centravanti più forti visti in Serie A. A livello tecnico non era un giocatore di primo livello, ma riusciva a sopperire con rabbia, voglia e personalità. Calciava il pallone con una potenza inaudita sia con i piedi che con la testa. Ricordo la doppietta di Lecce alla seconda giornata di campionato: il primo gol lo segnò con una capocciata micidiale, capitalizzando al meglio un cross di Cafu nemmeno tanto calibrato. E il secondo lo realizzò con una botta tremenda di sinistro sotto la traversa. Probabilmente, quel palo trema ancora oggi. Per non parlare della punizione vincente a Verona contro l’Hellas: la sfera finì sotto il sette, Ferron probabilmente non l’ha vista mai partire quella palla”.

MONTELLA – “Che qualità, ragazzi. Vincenzo era un numero nove con un fiuto del gol rarissimo, ma soprattutto dotato di una tecnica fenomenale. Quell’anno segnò tanti gol anche da subentrante, alcuni di pregevolissima fattura. Vedi il pallonetto di interno sinistro contro il Milan a Sebastiano Rossi. Nel corso del campionato si parlò tanto del suo rapporto burrascoso con Capello, che non lo impiegava da titolare, però credo che quell’utilizzo “part-time” lo abbia stimolato a fare sempre meglio e a realizzare reti decisive per il titolo finale”.

TOTTI – “Trovare un aggettivo per il capitano è difficile. Un numero 10 dal talento purissimo, che vede la giocata mezz’ora prima di tutti gli altri. Nell’anno dello scudetto era un calciatore più istintivo rispetto a quello apprezzato negli ultimi anni, però all’epoca diede comunque un contributo di gol e assist fondamentale”.

ANTONIOLI – “Non parlo volentieri di me stesso, preferisco far giudicare gli altri. Posso però dire una cosa: mi sono sempre impegnato al massimo per questa maglia, cercando di onorarla in tutte le occasioni. A volte ho fatto bene, a volte meno, ma la voglia e la dedizione per quanto mi riguarda non sono mai venute meno. Sono orgoglioso di essere stato il portiere titolare della Roma del terzo scudetto nel campionato 2000-2001”.

 

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