Crisi Roma. Popolizio, il mental coach olimpionico: “Tutto è iniziato quel 5 ottobre…”

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ESCLUSIVA ROMANEWS.EU – Con 7 punti in 3 partite il momento peggiore della gestione Garcia sembra essere un cattivo ricordo, almeno sotto il profilo dei risultati. Le prestazioni giallorosse invece peccano ancora di continuità e concretezza, ma dopo una serie così senza vittorie come quella vissuta dalla Roma, bisogna andare per gradi. Per analizzare le cause più profonde da un punto di vista analitico, imparziale e specialistico di quest’annata dei capitolini, la redazione di Romanews.eu ha contattato in esclusiva il professor Daniele Popolizio.

Nato a Roma il 27 aprile 1977, rappresenta ad oggi il mental coach più titolato d’Europa, con vari incarichi di prestigio sia a livello nazionale che continentale, oltre che di consulenza per giornali, radio e tv. E’ Responsabile del Progetto Sport Europeo per l’UE dal oltre 10 anni, ex docente di Psicologia dello Sport, docente Master Sole 24 ore, Capo della Ricerca Europea sulla Psicologia nello Sport e presidente CENPIS (Accademia del Talento). Il professor Popolizio può vantare nella sua attività eccellenze dello sport italiano, quali Federica Pellegrini, Carolina Kostner, Alessia Filippi, Alex Shwazer, Filippo Magnini, oltre a Hernan Crespo e agli ex giallorossi Alberto Aquilani, Nicolas Burdisso e Federico Viviani, che a lui si sono affidati (al pari di numerosi altri campioni olimpici) per raggiungere i loro obiettivi. A Popolizio, come emerso nelle ultime settimane, si è rivolto anche il ds della Roma Walter Sabatini per qualche incontro interlocutorio.

Francesco Iucca
Twitter: @francescoiucca

Cominciamo subito con la domanda da ‘un milione di dollari’: quali sono state le cause di questo periodo nero della Roma, di astinenza da vittorie e non solo? Visto da fuori, da osservatore esterno ma da chi ben conosce certe dinamiche, come se lo spiega?
“La mia percezione netta è che già nel periodo di ottobre la squadra aveva dei problemi e avevo già segnalato che la squadra poi avrebbe avuto dei problemi nel corso dell’anno. La crisi in realtà non la vedo assolutamente di natura atletica e mai l’ho vista così. E’ chiaro poi che nel momento in cui la testa non gira e le cose si bloccano le gambe non vanno più, questo è risaputo nello sport in generale. La cosa che si nota è la resistenza da parte del mondo del calcio, secondo me anche dentro la Roma, a vedere le cose come invece suonano realmente. La Roma ha cominciato ad avere dei problemi dalla partita con la Juventus, dove c’è stata quella presunta ingiustizia, ma è anche vero che sfido a trovare partite non falsate a Torino nella storia del calcio o dove statisticamente sono avvenuti degli episodi più o meno dubbi sotto gli occhi di tutti. A prescindere da tutto in quella gara Gervinho ebbe la palla-gol del 3-1, la sbagliò e da quel momento la questione non è più legata alle ingiustizie ma al fatto di non aver chiuso il match point e basta. Lì invece si è andati a cercare di giustificare tutto quanto con il torto arbitrale, soprattuttto da parte dell’allenatore, e questo secondo me non ha fatto bene. Anzi avrei preferito sentire magari ‘No, abbiamo sbagliato noi il match point’, perchè è quella la verità. Ci sta che il calcio debba essere pulito, ma è altrettanto vero che nel calcio ci sono gli errori, sia pro che contro, che siano semplicemente degli errori, non in mala fede. E’ proprio là che si vedono le grandi squadre, quelle che reagiscono alle difficoltà anche all’interno della stessa partita o della stagione. Noi invece abbiamo una squadra che si è sfaldata, quindi una leadership finta, più mostrata che solida”.

A questo punto viene da sé il riferimento a un’altra sconfitta pesante come quella in casa col Bayern per 7-1, che tanti indicano come la vera svolta negativa della stagione.
“Assolutamente no, è un gravissimo errore perchè un 7-1 non nasce mai dall’oggi al domani, ma il problema viene dalla partita con la Juventus. Da lì infatti hanno psicologicamente accusato il colpo più di quanto abbiano fatto credere e sono poi andati anche secondo me con degli errori tattici a giocare col Bayern. Non si può affrontare in quel modo una squadra di quel tipo e hanno accusato il secondo colpo. Paragonandolo a un match di pugilato, dopo aver preso tanti colpi ne prendi uno ancor più decisivo che ti butta giù ma sono quelli precedenti che ti preparano al ko. Ho visto che la stampa ha dato molta enfasi al 7-1, che però è solo il risultato della partita precedente, altrimenti quella pesante sconfitta non ci sarebbe stata. Questo lo dico con cognizione di causa, da massimo esperto europeo nel settore, è stata una lettura sbagliata da tutta quanta la stampa e dalla Roma ed è un errore anche comprensibile alla fine. Quindi quel 7-1 è molto pesante, ma non così come lo si crede, è secondario alla partita con la Juve”.

Gli infortuni hanno pesato più a livello tecnico-tattico per l’allenatore o per il gruppo?
“Secondo me hanno pesato più a livello psicologico per il gruppo, ho visto che poi dopo quelle situazioni anche l’allenatore ha perso lucidità e non è stato più il Garcia del primo anno e mezzo perchè poi è entrato anche lui nella dinamica dei colpi subiti. Poi non entro nello specifico dell’aspetto tattico, tengo a precisare che ognuno ha comunque il suo campo di competenza. Secondo me dal punto di vista mentale è andato in palla e ha perso efficacia”.

Per quanto riguarda i singoli, Iturbe è arrivato con l’etichetta del prezzo ben in vista, quanto ha influito questo sulla sua stagione non brillante?
“Secondo me Iturbe è un talento molto importante, sui livelli di Lamela e simili, ha delle enormi potenzialità ma poi bisogna sempre valutare la fase di ambientamento psicologico. E’ un ragazzo di 20 anni e in questi casi conta tantissimo la personalità, che è molto grintosa ma non la vedo solida, mi sembra un po’ fragile come calciatore, un po’ come tutti i ragazzi di 20 anni del resto che pian piano si formano come uomini. Dal punto di vista squisitamente psicologico, oltre alle difficoltà tattiche di adattamento al sistema di gioco, ho visto un giocatore che deve ancora ambientarsi a un palcoscenico più alto. Non gli è mancata poi anche la sfortuna, si è fatto male nel momento in cui si stava un po’ sbloccando. Ora abbiamo preso in esame il singolo atleta, ma se allarghiamo lo zoom a tutta la squadra, ognuno a turno è andato nel pallone per un periodo. Questo significa che è stato proprio un problema di dinamica di gruppo, si è innescato un meccanismo quasi di reazione a catena. Ci sono dei fenomeni precisi a livello di psicologia specialistica, abbiamo fatto molte ricerche e molti studi da dieci anni e molte cose si sono viste anche nell’Inter o nel Milan di quest’anno e quindi non è un fenomeno squisitamente della Roma, poi ovvio che ciascuno ha le sue dinamiche”.

Per quanto riguarda Strootman e Castan, riprendersi da problemi fisici del genere, sicuramente differenti, quanto sarà complicato? Cosa cambia nella loro testa?
“Di Castan conosco molto bene la situazione, ho un rapporto col suo procuratore e so benissimo cosa ha passato il ragazzo e ormai per lui il recupero è esclusivamente mentale. Deve avere la tranquillità di star bene e recuperare dall’ansia di avere qualcosa che non va. Per Strootman invece siamo nella situazione di Giuseppe Rossi, è un cane che si morde la coda. Ovvero, prima ti viene la paura di farti male, poi quando succede che ti fai male hai di nuovo la paura di non recuperare e di perdere la carriera; poi una volta recuperato hai invece la paura di non tornare più quello di prima. E’ un susseguirsi di paure coscienti o non coscienti, perchè non sempre i giocatori si dicono le cose chiaramente, sono soggetti che tendono a dire ‘io non ho paura’, poi invece ce l’hanno nel profondo. Sono due situazioni che vedo diversamente: una in dirittura d’arrivo, quella di Castan, parlando dal punto di vista mentale, quella di Strootman invece no. Secondo me l’olandese non era proprio pronto mentalmente al recupero, ho avuto l’impressione che la ricaduta sia stata la conseguenza di una gestione non attenta dal punto di vista mentale dell’atleta, l’ho visto impaurito, non sicuro e quando fai così ti rifai male. Per Castan invece il problema è diverso, se ricordate dicevano tutti ‘ha l’ansia e ha paura’, invece era una questione fisica. Il brasiliano ha una problema prettamente fisico, Strootman anche ma non l’ho visto proprio mentalmente tornare come prima”.

Dopo il match con la Fiorentina che ha segnato l’eliminazione dall’Europa League, la contestazione dei tifosi è stata veemente, sia allo stadio che a Trigoria. Questo contribuisce a dare una smossa alla squadra o invece peggiora le cose?
“Non vorrei dispiacere i tifosi, ma lo ritengo abbastanza irrilevante. Io vedo che nello sport d’alto livello, al di là dei proclami, il tifoso condiziona fino a un certo punto. Lo fa magari quando c’è una critica continua protratta nel tempo e condiziona se ci sono magari minacce anche fuori dal campo. Dal punto di vista sportivo però il condizionamento è abbastanza relativo, sia che il pubblico scuota sia che non scuota, se una squadra è bloccata, è bloccata. E’ difficile toglierlo questo blocco, bisogna fare un intervento mirato. Anche se vinci una, due o tre partite il problema non è risolto. Nello sport invece si pensa: ‘Se vinco ho risolto, se perdo invece non ho risolto‘, ma non funziona così. Se io vinco 15 partite di fila, ma poi perdo la sedicesima che mi fa vincere il titolo, allora il problema non era risolto. E questa è la sindrome della Roma, la sindrome da eterna numero due”.

Parliamo un po’ di Garcia: hanno fatto e fanno discutere le dichiarazioni in pompa magna, i proclami sullo Scudetto, soprattutto dopo il match con la Juve. A livello di mentalità per la squadra è stato un boomerang secondo lei?
“Io penso che gli sia stata data troppa importanza. Era chiaro che Garcia stesse dicendo quelle cose esclusivamente per dare una risposta e non gli darei neanche troppo la croce. Era un allenatore che in quel momento non sapeva bene cosa fare e ha cercato in buona fede di dare una scossa a tutto l’ambiente. Voleva far capire all’ambiente romano che in quella sconfitta aveva visto qualcosa che poteva far vincere in futuro la Roma. Poi però il problema è stato che Garcia ha commesso alcuni errori nella partita col Bayern e automaticamente è stato lui stesso ad aver fatto perdere fiducia alla squadra, lui che invece cercava di darla la fiducia. E’ stata questa la dinamica che poi ha creato problemi, più che la dichiarazione fine a se stessa.”

In questi momenti come è cambiato o dovrebbe cambiare il ruolo dell’allenatore? Cosa deve fare?
“Io dico che gli allenatori hanno bisogno di aiuto e non lo faccio per portare acqua al mio mulino, non ne ho bisogno, ma bisogna capire che gli allenatori sono persone molto sole. Sono professionisti che non sono laureati in un campo come quello mentale che ad oggi orienta gran parte dello sport internazionale; cercano di arrivare loro ad elementi di psicologia senza essere specialisti. Si prendono poi fischi e critiche, ma è come se tu accusi uno che non è medico di non saper curare le persone. Quando scattano questi meccanismi gli allenatori non possono fare granché e molte volte infatti ci si mette tanto tempo per uscire da queste situazioni, magari quando è troppo tardi. Quando succede si dice ‘ce l’abbiamo fatta grazie al duro lavoro’, ma non è vero. La verità è che poi recuperano da sole col passare del tempo. Quello che mi preme far passare come tipo di messaggio è che figure reali e credibili come quella del mental coach, quando in possesso di titoli ufficiali, sono poi manager delle risorse umane. Cerchiamo di far scattare determinati meccanismi quando si innescano certe situazioni negative”.

Si è esaurito secondo lei l’effetto 26 maggio e di conseguenza l’effetto Garcia, cioè la reazione rabbiosa, il dover ripartire e mettere insieme i cocci?
“Questo è difficile dirlo, ci sarebbe bisogno di valutazioni specialistiche. La Roma lo scorso anno veniva da stagioni di basso livello e quindi le aspettative erano basse, e così è più facile lavorare. Le reazioni nascono anche in modo naturale, quindi Garcia è stato bravo ma bisogna capire se è stato effettivamente così bravo come è sembrato. Io ho avuto per questo tipo di situazioni delle mie perplessità e in altre interviste avevo previsto che quest’anno la Roma avrebbe fallito qualsiasi obiettivo e sarebbe arrivata seconda, se non terza. Purtroppo la storia mi sta dando ragione, noi dobbiamo distinguere le cose che vengono fatte per lavoro da quelle che vengono fatte per reazioni naturali, dettate dal tempo e da situazioni pregresse. Io considero Garcia un ottimo allenatore, ma non un top coach, ha un’età in cui bisogna vedere quanto si è vinto e se facciamo un confronto con altri allenatori hanno vinto molto molto di più. Quindi parliamo di un buon allenatore, che sta crescendo con la Roma e fa errori anche lui”.

Gli errori commessi in questa stagione dalla società, con tanto di ‘mea culpa’ da parte di Sabatini, come condizioneranno il mercato estivo?
“Questo non lo so, a me Sabatini è sempre piaciuto come direttore e lo dico senza peli sulla lingua. Anche lui è un dirigente che non ha vinto molto, perché dirigenti, allenatori, giocatori e mental coach si dividono in quelli che vincono e quelli che vincono meno. Quella della Roma è una situazione positiva perchè può portare per la prima volta a dei successi importanti di carriera. Io non vedo questi grandi errori nel mercato di gennaio, perché parto dal presupposto che se un gruppo ha un virus quello c’è anche se porti Neymar. Il virus contagia tutti e non è un problema di chi metti, perchè dopo un po’ diventa anche lui inefficace come gli altri. Il blocco psicologico viene da un’insicurezza, una non convinzione di vincere”.

E quindi Sabatini si è sacrificato per tutti?
“Secondo me Sabatini ha fatto il dirigente, si è addossato una serie di responsabilità per non far pesare troppo ai ragazzi e secondo me è stato molto bravo in questa situazione. Poi a Roma non si valutano gli atleti, ma si valuta con il tifo: se noi dobbiamo giudicare Doumbia e Ibarbo dal punto di vista fisico sono due signori atleti. Poi se si dice che non erano pronti perché non stavano bene allora questo è un altro discorso, sul tempismo si può parlare ma sul mercato non è sempre possibile. Questo non è da parte mia un voler difendere qualcuno, è semplicemente un’opinione. Se comunque si inseriva un grande attaccante, magari avrebbe risolto qualche partita in più ma la musica di fondo non sarebbe cambiata”.

Alla luce di queste considerazioni, Garcia e Sabatini sono gli uomini giusti per la Roma? Hanno il giusto carisma e la giusta personalità? 
“Secondo me sono gli uomini giusti perché hanno grandissime motivazioni ma hanno anche qualità, c’è una cescita continua che avviene ‘step by step’. Imparare a vincere non è una cosa facile, anche io ho vissuto delle fasi di crescita prima di arrivare ad essere il mental coach più titolato d’Europa”.

Quindi in soldoni, vuol dire che ci vuole ancora tempo?
“Secondo me il prossimo non è ancora l’anno della Roma, vedo che l’Inter sarà un’altra squadra, la Juve sarà ancora quella da battere perché Allegri non solo non farà rimpiangere Conte ma lo farà dimenticare molto presto. Quindi ritengo che quest’anno non sia la squadra il problema per la vittoria della Roma, ci sono stati degli errori da parte di atleti, staff e dirigenti: è il sistema ad aver dato dei problemi, non era maturo a livello di mentalità. La squadra c’era, se guardiamo i giocatori non c’è tutta questa differenza”.

A questo punto si è innescata la lotta per il secondo posto tra Roma e Lazio, chi è la favorita?
“Il turno appena passato era favorevole alla Lazio, ora bisognerà vedere passo passo, è un terno al lotto. Io temo che la Lazio possa davvero fare il colpo, la vedo molto in forma: deve essere brava la Roma ma soprattutto devono remare tutti dalla stessa parte, staff, società e squadra. Ora c’è poco da ragionare e bisogna puntare al secondo posto, mancarlo crea un danno a tutti quanti. Il calendario sulla carta è favorevole alla Roma, anche se i giallorossi non danno quella sensazione di forza di inizio campionato. In percentuale vedo un 55-60% Lazio, il resto la Roma. La squadra di Pioli ha dalla sua l’entusiasmo, si è creata quella sinergia che porta verso i risultati. Lì gira tutto bene ora, la Roma è in ripresa”.

Clima sempre più teso fra tifosi e società, tra gli striscioni esposti da alcuni tifosi e le polemiche per il mancato ricorso. Alla lunga questo può pesare sulla squadra.
“Non si arriva a un condizionamento dei calciatori finché non si superano determinati limiti, ma se si comincia ad andare contro atleti, staff e società in una contestazione di principio come questa, allora aumentano le probabilità della Lazio. Quindi il vero tifoso si vede anche in queste situazioni, se capisce il momento, perché la squadra può essere tirata su nelle difficoltà proprio sentendo la fiducia intorno a sé. Poi le critiche si possono far dopo, non c’è bisogno di stare necessariamente allo stadio per manifestare il dissenso con i mezzi che ci sono oggi, tra Roma Club e altre attività. A forza di contestare il condizionamento poi si crea”.

Pallotta secondo lei ha agito in maniera corretta non facendo ricorso per la squalifica della Curva?
“E’ una cosa abbastanza discrezionale, ma bisogna allargare la visuale. C’è da dire comunque che in Italia le cose si affrontano più che altro quando succedono alla Roma e alle squadre romane. Allora si prende la palla al balzo, ma quando accadono a Torino o Milano è un episodio, questo si può dire. In ogni caso, prendendo in esame il calcio italiano in generale, più che togliere gli striscioni agli stadi bisogna evolvere la cultura calcistica e adeguarla agli altri sport. Perchè questi problemi ci sono praticamente solo nel calcio, solo in Italia si è fermato anche a livello di tifo, e non si va nelle direzioni giuste. Il fatto poi diventa di educazione, anzi parlerei di livello. Nelle tribune dello stadio certe cose non succedono, nelle curve sì, bisogna chiedersi perché. Occorre anche avere la capacità di autocritica, di chiedersi cosa non va per poi modificare certi elementi senza troppa polemica. Se si criticano tanto certi tifosi nelle curve, sottolineando che sono alcuni, allora sui singoli si prendano iniziative per far in modo che gli stessi tifosi si interroghino, di certo però  non bisogna rispondersi che va tutto bene altrimenti non andiamo da nessuna parte. Questo vale per tutti, per dirigenti, atleti, tifosi e tutte le persona chiamate in causa”. 

Per quanto riguarda la figura dell’arbitro, sempre più al centro del calcio italiano con le mille polemiche che seguono puntualmente ogni partita e che si trascinano anche per mesi. Le chiedo se esiste la sudditanza psicologica verso una squadra o un calciatore, o c’è solo la buona o la cattiva fede?
“Non è affatto una domanda comoda. Allora, secondo me la sudditanza psicologica esiste, ma in tutti i campi, poi dimostrare se c’è o meno è un’altra cosa. Io utilizzo, da Capo della Ricerca Europea sulla Psicologia nello Sport, un criterio semplice, ovvero quello della ricerca. Se un fenomeno si ripete statisticamente in maniera frequente e non sta in una curva normale a campana, la curva della casualità, significa che il fenomeno esiste per qualche ragione. Quindi, facendo un esempio, se un arbitro fa ripetuti errori verso una squadra piuttosto che un’altra, allora la sudditanza psicologica non è ipotizzabile perché significa che il fenomeno è voluto. La statistica è sempre uno strumento con cui non ti difendi, non occorrono i mille ragionamenti con le moviole. Basterebbe qualcuno che si prenda la responsabilità di impugnare le statistiche e abbia il coraggio di vedere ogni arbitro quali squadre ha diretto, quanti e quali errori ha commesso nei confronti di quali squadre. Quindi si fa una statistica e se questa non rientra in una media di casualità, che è un fenomeno statistico ben noto, allora vuol dire che c’è premeditazione. Gli errori non possono mai essere orientati in una direzione, possono essere casualmente fluttuanti e se un errore non è tale ma si ripete, allora non è più un errore. Serve una statistica, uno studio di quali arbitri sbagliano quali decisioni in quali squadre: se io sbaglio un rigore è un conto, ma se sbaglio invece una rimessa laterale è un altro. Questo è uno studio che dovrebbe fare la Federcalcio, perché è l’organo che tutela la regolarità del campionato e quindi dovrebbe istituire una commissione che fa uno studio statistico, lo pubblica come si fa con la ricerca internazionale e noi esperti valutiamo se la ricerca è fatta bene. Se è così si guardano i risultati, altrimenti si rifa. Così si esce per sempre dal problema degli arbitri che è un problema fasullo, perché basta studiare. Se io 7 errori su 10 li faccio in una direzione allora non esiste più la casualità, la ricerca ci insegna questo”.

 

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